il Sole-24ore, domenica 25 settembre
2005, pag. 37
Cervelli in fuga
L’uovo di
Colombo della ricerca
di Luciano Caglioti
Nel gran parlare che si va facendo su ricerca, emigrazione
di scienziati, globalizzazione della scienza, competitività,
giunge a proposito un saggio di Federico Capasso, Avventure
di un designer quantico (Di
Renzo Editore, 2005). Saggio “obbligatorio”
per coloro che intervengono nel dibattito sulla ricerca.
Una analisi da posizione privilegiata del sistema scientifico
- tecnologico italiano in un confronto con quello statunitense,
utile per vincere pregiudizi, per capire meglio. Federico
Capasso infatti è un personaggio di assoluta
preminenza nel panorama scientifico mondiale, i suoi
studi condotti soprattutto nei laboratori Bell (poi
Lucent technologies)hanno spalancato porte tecnologiche
fondamentali (laser, fotonica, materiali) e nel saggio
racconta la sua vita. Partendo dai “passi piccoli
ed apparentemente insignificanti” che portano
assai lontano. Il padre, che impose ai due figli l’apprendimento
della lingua inglese, la madre che, “benché
rimasta sola, mi spinse a viaggiare ed a conoscere il
mondo. Anzi, fin da piccolo mi ripeteva spesso da ‘grande
dovrai mettere le ali’”.
Questa spinta, anche a costo di
avere il figlio lontano, non è frequente, ed
indica un carattere, una volontà di affermazione.
Il contrario della “pseudocultura mezzo religiosa
mezzo marxista, che considera l’ambizione una
componente negativa della personalità.”
Dopo un periodo presso la fondazione Bordoni, Capasso
valuta che “in Italia imperava una sorta di pseudocultura
di sinistra: si aveva la sensazione che fosse in atto
una sorta di lavaggio del cervello generale” e
va in America. Vi era già stato: “Al momento
di scegliere la tesi, pensavo di fare il fisico teorico,
ma a Roma c’erano già delle stelle nascenti,
come Parisi, Testa, Pietronero… insomma non mi
sentivo all’altezza, l’ambiente mi sembrava
un po’ sovraffollato. Cominciai quindi a cercare
una strada diversa, insomma volevo fare qualcosa di
innovativo, che lasciasse un segno, ed è stata
questa la spinta che poi mi ha portato in America”.
E parlando del suo arrivo ai Bell Laboratories: “Mi
vennero affidati un laboratorio ed un po’ di fondi,
e semplicemente mi diedero la libertà di correre
con minimi condizionamenti manageriali ed amministrativi”.
Il saggio si sofferma sull’efficienza del trinomio
ricerca di base, ricerca applicata ed innovazione, trinomio
che non vede confini netti all’interno. Anzi,
questa distinzione appare come una sovrastruttura semantica.
Quello che fa forti gli USA è
l’insieme dato da creazione di conoscenze, applicabilità
di esse, cultura del brevetto all’interno delle
università (il che da noi è al primo stadio),
una mentalità che incoraggia il rischio (anche
in termini di reperibilità di finanziamenti)
ed una invidiabile libertà dai legami burocratici.
Capasso vive con i giovani, e parlando del fare lezione
dice “insegnare è bello perché un’ottima
ora di lezione ti fa dimenticare anche una pessima giornata,
dove tutto è andato storto.” Il saggio
entra nel merito del futuribile, di quello che ci porterà
la tecnologia, con una nota di umiltà : “se
c’è una lezione che ho imparato dopo tanti
anni di ricerca, e di management è la futilità
di qualsiasi tentativo di prevedere l’impatto
tecnologico, e quindi sociale, delle nuove ricerche
e delle nuove invenzioni”.
La frontiera dello sviluppo vista dall’interno,
raccontata da un protagonista.